Le donne islamiche non portano la museruola

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Pinterest Dentro e fuori. Il rapporto tra donne e spazi pubblici è stato al centro degli interessi della regista franco-algerina Mounia Meddour fin dai suoi primi documentari, all'inizio della sua carriera di film-maker e torna anche nel suo film d'esordio, Non conosci Papicha, passato al festival di Cannes nel e in arrivo nelle sale da noi il 27 agosto era previsto in uscita a marzo, ma rinviato per il lockdown dopo parecchi premi e riconoscimenti, tra cui due Cesar Gli Oscar francesi e il premio del pubblico all'Umbria Film Festival giusto pochi giorni fa. Bianco e nero. Il primo è il colore dello haïk, l'abito tradizionale delle donne del Maghreb. Un rettangolo di stoffa arrotolato in vita e poi ripiegato all'indietro a coprire il busto e la testa. Per la regista, «l'antitesi del niqab, il velo che s'indossa nei Paesi del golfo persico».

Afghanistan, lapidata fino alla morte: le immagini della donna uccisa fanno il rotazione del web 5 Febbraio - Sta facendo discutere la diffusione del filmato dell'esecuzione di una donna, avvenuta insieme sassi e pietre, che viene uccisa da un gruppo di uomini. Il governo accusa i talebani, ma esse negano 28 Attorno alla figura al centro della scena ci sono diversi uomini. Tutti hanno in mano pietre e sassi e tutti sono ripresi nell'atto di tirare qualcosa addosso alla persona rannicchiata in una buca, affinché probabilmente cerca di ripararsi dai colpi con le braccia e con le poche forze che le sono rimaste. Il filmato dura pochi secondo e la persona colpita non risulta nitida, ma oscurata. Secondo quanto riportato da Dagospiaquella scena di lapidazione nei confronti di una cittadina si sarebbe consumata in Afghanistan.

Le bambine hanno preso posto senza conoscenza cosa aspettarsi. Altre immagini ritraevano donne con herpes o malattie sessualmente trasmissibili. Al Ahmadi e le sue compagne erano terrorizzate. Per evitare un caso simile, ammonivano le visitatrici, dovevano acconsentire alle loro famiglie ed evitare di mescolarsi con i ragazzi, altrimenti addirittura loro sarebbero state rinchiuse o si sarebbero ammalate. Sono questi i primi ricordi di Al Ahmadi, che oggi si batte per i diritti delle donne e vive negli Stati Uniti, sul modo in cui il autoritа saudita costringe le donne a attenersi il suo sistema patriarcale di aiuto. In base a questo sistema, un parente maschio — marito, padre oppure, in alcuni casi, figlio — ha la piena autorità per prendere le decisioni fondamentali per conto di una donna. Anni dopo Al Ahmadi ricorda ancora quelle immagini e la angoscia che evocavano. Peggio che in carcere Il poco che si sa del sistema Dar al Reaya proviene da notizie brevi e frammentarie, dai racconti di chi ha lavorato nei centri e dalle testimonianze di ex detenute, conosciute come nazeelat. Anche se non sono prigioni pubbliche, gli istituti funzionano come se lo fossero e in alcuni casi le detenute sono trattate peggio che in carcere.